Morale della Favola #3: Perù & Bolivia on the road

Questa storia inizia mentre contemplo la bellezza del pianeta seduta su una roccia nel bel mezzo del complesso montuoso di Palcoyo, in Perù. 

E penso che l’aria non è poi tanta a 5000 metri. Ma che tutto sommato, è forse la piu pura che abbia mai respirato.

Questa storia inizia qui perchè il complesso delle montagne colorate è uno di quei posti in cui regna la pace, in cui senti il rumore del vento, senti le pause fra un pensiero e l’altro, senti il tuo stesso respiro, mentre affannosamente ti inoltri nei sentieri che si diramano fra le rocce. Senti la sacralità di una terra che non solo ha mille colori, ma che racconta la storia di un popolo, quello della civiltà andina.

A spasso fra i dorsi di queste montagne si incontrano gli sciamani Andini. Essi vengono chiamati “curanderos”. Onorano la Madre Cosmica, la Pachamama. Colei che comprende ogni cosa. Colei che fa in modo che gli esseri viventi facciano parte di un immenso ingranaggio cosmico, di un piano universale che comprende tutto ciò che è stato creato.

Non importa di che religione tu sia perchè il loro culto è universale. Dunque si prega con loro, donando foglie di coca alla Pachamama, la madre terra e cantando parole al vento.

Questa atmosfera così insolita mi fa capire quanto questo popolo tenga tuttora alla sua terra, tanto da venerarla … anche assieme a chi non solo non è del posto ma appartiene ad un mondo diverso, totalmente dfferente. 

Mi fa capire quanto nella loro arretratezza, perchè di fatto queste persone non hanno nulla, siano in realtà anni luce piu avanti di noi. 

Ama sua, Ama llulla, Ama Quella. Sono gli ultimi comandamenti inca.

Non essere ladro, non essere bugiardo, non essere pigro.

Il mio viaggio in realtà è partito molto prima.

E’ partito dalla affollata Lima, la capitale del Perù, ed è proseguito poi verso la storica Cusco, l’ombelico della civiltà andina assieme ai suoi parchi archeologici e alle rovine Inca come Ollantaytambo e il celeberrimo Machu Picchu. Altra spettacolare ed obbligata tappa, altra vetta da raggiungere e dalla quale ti sembra di toccare il cielo con un dito.

Perchè, in questi posti così in alto rispetto al livello del mare, il cielo non è come lo conosciamo! Il cielo è davvero blu! Un blu intenso, terso … che sembra quasi finto. 

Una volta lasciato il Perù giungiamo in Bolivia. A Copacabana, sulle rive del Lago Titicaca.

Il lago per via della sua grandezza (8000 km quadrati) all’occhio umano sembra più un mare. Un mare nel quale galleggiano molte isole. Poche di queste abitate.

Una fra tutte, forse la piu bella, è la Isla del Sol. E noi sbarchiamo proprio lì. 

Questa isola è un posto magico. Non ha strade interne, solo sentieri sterrati. Non ha niente, se non una natura incredibile ed un grazioso villaggio (più una comunità a dire il vero) che si alimenta a solare … esattamente come l’eco lodge dove andremo a pernottare.

La Bolivia in sostanza è semplice: è sole, è festa, è pace. Ma è anche quinoa e verdure cotte o bollite. Ma tuttavia è di una bellezza più unica che rara. Dalla Isla del sol vedi il mondo. Lo sguardo si perde verso le Ande che maestose dominano l’orizzonte e si specchiano su lago, verso l’ Amazzonia laddove in lontananza vediamo le nuvole, e verso il vicino Perù, che abbiamo salutato poche ore fa.

La Isla del sol è il posto in cui scapperei se mi stufassi del mondo che conosco.

Ma la Bolivia è in alcuni punti anche molto affollata, un pò come Lima, scopriamo che La Paz infatti, la capitale e anche detta “città a satellite” a 4000 mi sopra il livello del mare, è popolata da 3 milioni di abitanti censiti. E che per attraversare questa miriade di case e casupole una dietro l’altra, si sono ispirati alle località sciistiche. Infatti negli anni hanno realizzato una lunghissima cabinovia che sorvola la città. Come fosse una metropolitana in aria, che si dirama attraverso varie linee colorate. 

La densità abitativa è impressionante a La Paz. I fili sui pali della luce sono centinaia. La Paz insomma è pazza. E se ti allontani un po’ dal centro scopri che lo sono anche le realtà limitrofe, come El Alto, nota per i suoi Cholets. Che si contraddistinguono rispetto all’architettura incompleta fatta di cemento e mattoni a vista delle altre case.  Gli Cholet sembrano opere di street art e fanno parte di quella che viene considerata la nuova architettura andina. Hanno una struttura fissa: al primo piano c’è un locale commerciale, al secondo il salone per le feste, al terzo appartamenti in affitto per ammortizzare il costo dell’edificio, e all’ultimo lo Cholet vero e proprio, ovvero l’abitazione del proprietaro. Questa esuberante miscela di colori, simboli e trame tradizionali fusi con un’estetica avveniristica e psichedelica hanno anche una valenza politica: sono diventati il modo con cui gli indigeni, che sono maggioritari in Bolivia ma marginali, esprimono loro stessi e affermano la propria presenza nel Paese. 

Dopo qualche ora di sonno a La Paz il viaggio riprende. Ci svegliamo alle 4 per giungere in aereo ad Uyuni. Località sperduta nel cuore della Bolivia e famosa per un’unica maestosa attrazione: il salar piu grande del mondo. Ebbene, in questa zona prevalentemente desertica e circondata da vulcani, centinaia di migliaia di anni fa c’era un enorme lago. Di questo lago oggi restano solo 12 mila km quadrati di sale bianchissimo. Uno spazio enorme. 12 mila km quadrati in cui potresti tranquillamente perderti. Come se ci ritrovassimo improvvisamente dentro a “struttura” di Matrix. E proprio per questo ci si muove solo in jeep con esperti conoscitori della zona.

Insomma, sembrava di essere atterrati su un altro pianeta. Fatto di un’enorme distesa bianca in mezzo alla quale sorgono così, a caso, isole di cactus giganti. Questi scenari mi hanno ricordato molto Star Wars ! E non a caso, subito dopo averlo pensato, ho scoperto che Episodio 8 è stato girato proprio quì. Ero insomma, sul pianeta Crait.

Il salar è un’esperienza più unica che rara. Organizzare il pranzo di ferragosto, per casualità, seduti in mezzo ad una distesa fatta di sale bianco perfettamente depositato a terra … forse lo è ancora di piu! 

Abbiamo deciso di partire ad agosto perchè è il periodo piu consigliato per visitare il sud america. Il loro inverno infatti è fatto di giornate di sole meravigliose e un clima prevalentemente mite che diventa però molto rigido al calar del sole. La cosa buffa è che la loro estate è tutto l’opposto. Fa caldo e piove continuamente. E questo pianeta di sale, durante l’estate boliviana, cambia moltissimo. La distesa di sale torna ai fasti di un tempo, riempiendosi d’acqua, tornando ad essere un pò come un lago. L’acqua raggiunge i 30 cm e l’effetto che si crea è quello dello specchio infinito. Il cielo e le nuvole si riflettono a pelo d’acqua su di esso.  Insomma è uno spettacolo della natura. 

Alcune zone d’acqua sono ancora visibili presso il salar durante l’inverno, ma sono poche e molto rare. Per fortuna, abbiamo avuto l’opportunità di specchiarci anche noi nella meraviglia e la consapevolezza di aver fatto una quantità incredibile di km per raggiungere questo posto, ed esser riusciti a vederlo anche nella sua altra forma, ci ha dato una carica in più e ci ha preparati ad affrontare l’indomani la partenza per la parte più difficile del viaggio. 

Partiamo alle 5 dopo una notte trascorsa in un albergo fatto di sale, alla volta delle lagune nei deserti del Siloli ed Atacama, verso il sud più profondo, al confine con il Cile. 

Non saprei contare i km fatti al giorno (forse più di 500). So solo che la Bolivia è vasta e non ha strade. Gli esperti si orientano con le rocce e i vulcani che si incontrano passando. I villaggi abitati in queste zone sono rari. Non c’è niente. Solo vento e deserto.

Poi le vedi, una dopo l’altra. Ciascuna di un colore diverso. Le lagune sono magnifiche. Sembrano dipinte. In queste zone le terre sono ricche di metalli e minerali. A seconda delle combinazioni che la natura crea, le sfumature sono diverse. E anche la fauna cambia. In Perù ad esempio abbiamo visto moltissimi Aplaca e qualche Lama. In Bolivia invece molti più Lama e in queste zone desertiche le elegantissime Vigogne, che appartengono sempre alla famiglia dei camelidi del Sud America ma hanno una lana rossa e sono selvatiche. Sempre qui incontriamo volpi andine e almeno tre specie diverse di fenicotteri rosa: il fenicottero di James, quello della Ande e quello Cileno.

Durante il nostro tragitto insomma scopriamo la laguna Turquiri che vira dal verde al turchese, la laguna Cañapa dall’acqua blu e dalle rive di sale bianco, dove incontriamo i primi fenicotteri e una vegetazione di contorno costituita da graminacee gialle a ciuffi. Infine arriviamo alla laguna Hedionda, simile alla Cañapa, ma popolata da molti piu fenicotteri.

Inizia a fare freddo ma i colori sono incredibili. Ci godiamo quindi il tramonto, mentre i fenicotteri che proviamo ad immortalare si allontanano dai nostri sguardi ed obiettivi.

Trascorreremo la notte lì, ma sotto a 4 piumoni. in un eco lodge, dove la luce e il riscaldamento vengono spenti alle 10. E di notte la temperatura scende fino a -20. Le lagune ghiacciano sulle rive e i fenicotteri si spostano al centro per non rimanere intrappolati o vittime delle volpi andine o dei notturni puma. Insomma, tutto fa parte di un meccanismo perfettamente studiato dalla natura, e ti dispiace quasi disturbarlo.

La notte passa in fretta. Ci alziamo molto presto, fuori fanno -15 gradi ed è buio … ma dobbiamo riprendere il percorso. Quando inizia ad albeggiare ci troviamo già in pieno deserto del Siloli e dopo altri chilometri fuori strada, davanti a noi si palesa la Laguna Colorada. In cui il viola, il rosa e il rosso dominano sul resto. Ed un maestoso vulcano in tinta anche lui, si specchia sull’acqua.

Il sole è sorto e inizia a scaldarci. Il ghiaccio sulla laguna inizia a sciogliersi cosi rapidamente che delle nuvole di vapore avvolgono i fenicotteri, anche qui moltissimi e protagonisti di questo meraviglioso quadro. 

Ripartiamo alla volta del Cile, verso l’ultima laguna e l’ultima tappa del nostro viaggio che volge al termine. Attraversiamo il Sol de Manana, zona di geyser che troviamo lungo il percorso e la laguna di Polques che ospita infatti una sorgente d’acqua termale ad una temperatura di 30 gradi.

Ma il tragitto nel deserto continua, il Cile è ancora lontano. Ci restano molti km da fare … ma subentra un imprevisto. La nostra jeep ha bucato. 

Il driver e la guida si mettono all’opera ed in 10 minuti la gomma di scorta è ufficialmente operativa. 

Riprendiamo in percorso. La macchina sembra andar bene ma ci fermiamo comunque piu volte per controllare. E finalmente arriviamo alla laguna piu importante e più lontana. A due passi dal Cile.

La laguna verde.

Ecco la laguna verde è davvero speciale, perchè è davvero verde. Un verde azzurro turchese, dalle mille sfumature. Quasi del colore del mare caraibico. Deve il suo aspetto ai sedimenti che si depositano sul fondo, composti da minerali di rame e zolfo. E’ una laguna disabitata e tristemente vuota però, non c’è fauna di sorta qui per via delle sue acque così cariche di minerali. In ogni caso, le volpi andine, furbe e perfettamente a conoscenza del via vai di turisti, seppur non molti, si avvicinano e giocano sulle sponde della laguna animando un paesaggio bellissimo ma altrimenti desolato.

Ora purtroppo non ci resta che tornare indietro verso Uyuni prima che faccia troppo tardi. I km sono tanti e gli sterrati molto difficili. Ma il bello di questo posto, che non ha strade obbligate, è che gli scenari cambiano sempre. Lagune minori ci sorprendono in ogni angolo assieme a vulcani fumanti e vigogne in branco. Inizio a pensare che dovrò dire addio a questi paesaggi molto presto, in realtà nel giro di qualche ora.

Tornare al mio quotidiano sarà difficile.

La Bolivia è un sogno, fatto di semplicità e natura. 

Siamo ad un passo da Uyuni ormai, l’aeroporto e ben 4 voli per il ritorno ci aspettano.

Ma improvvisamente … bam.

Lo pneumatico che avevamo cambiato dopo aver bucato si sgancia completamente dal’asse dell’auto. Il driver della jeep inizia a controsterzare per evitare di finire in un burrone. Incredibilmente ci fermiamo. La jeep non ha più una ruota, ma un moncone …  e il danno è importante.

Per fortuna però ci troviamo in una zona di passaggio piu frequentata e ci hanno recuperato subito – con tanto di valige – permettendoci di arrivare a destinazione, in aeroporto.

Me ne vado con un po’ di paura, ma in Bolivia, io ci ho lasciato il cuore.

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