Morale della Favola #4: Sono cambiamenti solo se spaventano

Non so davvero da dove cominciare questa storia. E non è come il blocco dello scrittore. Ma è più la sensazione di responsabilità che si ha quando devi necessariamente trovare la chiave giusta per raccontare qualcosa.

Qualcosa di complesso e di bello.

Qualcosa di tuo e che non vuoi sgualcire.

Qualcosa che non sai quasi più da dove inizia e che per essere ricordato e tramandato … non deve mai scadere.

Perchè si, quella che proverò a raccontarvi è una storia un po’ stramba.

Ed è la mia.

Nel 2014 finii ad insegnare 3d in una scuola di design di Roma. Ogni volta che entravo li dentro mi sembrava di volare perché, come un pò con questo blog e con il podcast, potevo essere me stessa. E basta.

Trasmettere agli altri quella che era la mia passione per il 3d era semplicemente magico.

Lo era dal momento in cui fuori di li … io non ero felice.

Non mi sentivo realizzata e vivevo in una specie di gabbia che io stessa mi ero costruita e dalla quale mi era difficile uscire da circa 7 anni.

Una gabbia chiamata routine. Una gabbia chiamata “il tuo destino è già scritto” … finirai per sposarti, fare figli, prendere un cane e cucinare per il resto della tua vita per qualcun altro.

In che altro modo vuoi che vada dopo tutto questo tempo?

Ecco, se c’è una cosa che io proprio detesto nelle storie, sono i finali scontati! E questa sembrava in tutto e per tutto una cosa scontata. Perchè, ovvio. Ogni singola cosa veniva fatta in due già dai tempi dell’università. Ogni scelta di vita. Mentre però, per entrare in quella scuola, ero stata selezionata io. Avevo vinto un concorso. Era insomma, il mio piccolo tesoro!

Funzionava esattamente come Cenerentola al ballo però.

A una certa l’incantesimo svaniva. E tutto tornava come prima:

Una relazione al capolinea troppo difficile da chiudere dopo troppi anni.

La scelta di non fare l’architetto ma di dedicarmi al mondo del 3d per l’architettura, cosa che nel 2014 facevo molta fatica a far capire alla gente!

E anche in quel caso valeva la regola matematica: hai studiato architettura? Beh allora avresti dovuto scegliere di fare la progettista, come tutti dopotutto.

Solo che io ero diversa! Dopo un anno fra cantieri e polvere avevo capito che a me non piaceva per niente fare l’architetto! E che invece ero più una nerd creativa che sarebbe stata molto più a suo agio dietro ad un computer con tutti i software del caso ed infinte possibilità.

Insomma, ancora una volta, scelsi le sneakers al posto delle scarpe col tacco.

E non andava bene. Non andava affatto bene. Ero la nota stonata in un preludio di Chopin. Ero quella che doveva fare l’anticonvenzionale a posta. Ero la bastian contraria.

Quello che nessuno capiva è che io amavo veramente quelle cose! E quindi avevo imparato a tirare avanti fregandomene.

Avevo la mia scuola e un mondo di informazioni da divorare e fare mie, per costruire quella che sarebbe prima o poi diventata la mia professione, ma che in Italia … ancora praticamente non esisteva.

Trattando materie molto tecniche che avevano a che fare con software specifici, a scuola mi ritrovavo spesso ad interfacciarmi con chi si occupava dell’informatica e dei computers.

Conobbi questo ragazzo che ogni volta si prodigava affinchè io non avessi alcun problema tecnico a lezione. Lui si accorse subito che c’era qualcosa che non andava in me, che insomma … non stavo vivendo esattamente un bel momento là fuori. Ma imparò a conoscermi per quello che ero invece lì dentro.

La prof giovane e simpatica con i capelli rossi sempre un pò in disordine, quella che veniva in moto pur pesando 40 kg bagnata, eh si avevo una Ducati Monster, quella sempre disponibile davanti ai dubbi degli studenti. Quella che era sempre solare con tutti. Insomma, non quella depressa, isterica furibonda e incazzata con il mondo che c’era là fuori. Ma l’altra faccia della medaglia.

E Silvio, comprese subito che se c’era una cosa che doveva fare (oltre a farmi mangiare) era farmi ridere. Ma ridere proprio a crepapelle.

Iniziò dunque una splendida amicizia. Avevo finalmente una spalla su cui piangere e che mi capiva. Perché mi sentivo diversa e sola. Qualcuno, tanto diverso da me ma tanto uguale a me che mi sosteneva a prescindere. Avevo un amico e c’era un’empatia particolare fra noi che si faceva fatica a non percepire da fuori.

Poi, successe l’imprevedibile.

Eh si. Come se non bastasse no? Già le difficoltà della vita quotidiana non erano poche. E ci si mise anche la salute a rompere le scatole

Dall’età di 20 anni sapevo di avere un problema ad un rene, una piccola malformazione ma, niente di grave. Solo che con il tempo e lo stress e il fatto che bevevo pochissima acqua, la situazione è finita man mano per precipitare. Soffrivo di coliche, cistiti e infezioni continue, dolori, febbre e quindi ebbi l’ennesima sepsi che mi confinò a letto per diversi giorni.

Stavo fisicamente malissimo. Ed ero sola.

Per carità, non avevo un tumore o una malattia terminale. Ma pensavo di essere un tantino più importante di una partita a calcetto dopo il lavoro. Invece no. Tanto c’era papà, che manco a farlo apposta fa pure l’urologo.

Ecco io credo che non ci sia cosa più brutta che puoi fare a qualcuno che non sia abbandonarlo a se stesso in un momento di difficoltà.

Dov’è l’amore in tutto questo ?

E pensare che con Silvio ci conoscevamo da neanche una settimana e da parte sua ricevetti il mondo e bastava anche un messaggio con su scritto “come stai stamattina?” Per farmi stare meglio fra una bomba di antibiotico e l’altra.

Al posto del dolore quindi iniziava a crescere una forza interiore che non so spiegare. Il coraggio che non avevo mai avuto prima. E che mi dette la forza di affrontare l’epilogo di questa storia, la parte più tosta e spaventosa:

il cambiamento.

Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile. (San Francesco d’Assisi)

Chiusi la porta di comunicazione con la mia vecchia vita.

E aprii la porta dell’ospedale che mi avrebbe salvato la vita.

Ho mangiato qualcosa, sono tranquilla, tutto bene … Mi ricorda tante delle mie esperienze in posti ed alberghi anonimi in cui ho pernottato per svolgere il giorno a seguire concorsi e prove d esame importanti. L unica differenza è che domani invece, io, non dovrò fare proprio un bel niente, ma la mia vita cambierà del tutto. Niente ansia. Sono forte.

Quella porta la aprii con addosso una maglia della Moog, uno speciale porta fortuna che Silvio donò a me per quell’occasione.

E così il 30 novembre del 2015 in una uggiosa Terni, un chirurgo eccezionale assieme al suo robot tutto fare dal nome Leonardo, si ritrovò a combattere per molteplici ore con la sottoscritta che insomma, con il passare del tempo ed un problema già noto non aveva che peggiorato le cose. Ci sono voluti parecchi punti di sutura per sistemare il mio rene e renderlo dinuovo operativo al 100%. Diversi giorni di ripresa, qualche imprevisto post operatorio perchè figuriamoci se ce lo facciamo mancare, un’angiografia d’urgenza con anestesia minima … ma poi, dai! Nonostante le cicatrici ero nuova di zecca.

Ovviamente avrei notato i benefici almeno 6 mesi dopo e grazie ad altrettante terapie. Ma superai il dolore. E credetemi, io non penso di essere mai stata cosi tanto forte in vita mia!! Ero la classica tipa che scappava alla vista di un ago! Ero la vergogna di mio padre.

E invece … ce l’ho fatta! Proprio io ce l’ho fatta!!

E sapete grazie a cosa? Grazie alla mia maglietta. Che era il simbolo di qualcosa che stava per iniziare. E che mi avrebbe fatta ricominciare, stavolta con il piede giusto.

La morale della favola? Io ho perso diversi anni della mia vita intrappolata in una scelta che non era la mia. In una persona che non ero io e che non parlava con la sua voce. Tutto questo perchè ho preferito credere di essere una debole. Ho scelto di arrendermi e nascondermi all’ombra degli altri, delle abitudini, delle decisioni ormai prese. Ho trascurato così l’importanza del tempo e dei valori, quelli veri, che ti trasmettono le persone che ti sono davvero vicine e che ti vogliono bene.

Quindi come dice il buon David Grosman …

La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo. Non sono le parole, non sono i fiori, i regali. È il tempo. Perché quello non torna indietro e quello che ha dato a te è solo tuo, non importa se è stata un’ora o una vita.

Beh io e Silvio stiamo insieme da quasi 4 anni ormai. Io ho finalmente trovato la mia strada professionale come 3d artist. Lui è diventato un IT manager. Da Roma ci siamo spostati a Milano, ma siamo stati 150 giorni separati perchè io avevo già iniziato a lavorare qui. Inutile dire quanto sia stata dura superare quella fase. Non siamo una coppia convenzionale. Silvio fa la spesa, io mi occupo della casa. Siamo felici e conviviamo senza pensare ad altro, senza programmi … perché fondamentalmente bastiamo noi. Non litighiamo quasi mai, preferiamo rispettarci e sostenerci sempre, a vicenda. Amiamo viaggiare e fotografare il mondo. Adoriamo le serie, il sushi e collezioniamo Blue Ray di cine comics.

Ah .. dimenticavo! Al posto di un cane, penso che un giorno preferiremmo avere un gatto.