Si ma che c’entra? #5: 10 cose di me

Che cosa ci racconta? Che cosa siamo? Siamo una cosa sola o più cose messe insieme? Che cosa ci distingue dagli altri e ci rende unici e speciali?

Pensate a 9 cose che raccontino la vostra storia e mettetele sul pavimento. Poi scattate una foto. #9cosedime di Lara Aldeghi è un vecchio hashtag che ho voglia di ritirare fuori dal cassetto. Un gioco per raccontarsi ma che va oltre la foto in se. Si, perché ciascun oggetto in quella foto ha una sua vita ed è ricco di significato. Per noi, ma anche per gli altri. Un racconto è sempre bello quando qualcosa di personale e vissuto, viene condiviso e risulta così familiare agli altri. Permette di ritrovarsi, di immedesimarsi, di identificarsi. O magari di distaccarci completamente.

Che ne dite quindi di fare una prova? 

Ecco quindi #10CoseDiMe. Perchè 9 per me sono poche.

Ecco le 10 cose di me. Una foto non avrei saputo farla, dunque ho preferito disegnare! Ho realizzato questa illustrazione con Procreate per iPad Pro.
Ecco le 10 cose di me. Una foto non avrei saputo farla, dunque ho preferito disegnare! Ho realizzato questa illustrazione con Procreate per iPad Pro.

#1 – Il mio iPhone XR Product Red. Premesso il fatto che il rosso è uno dei miei colori preferiti, credo che non riuscirei mai a farne a meno. C’è tipo la mia vita lì dentro e mi rendo conto che passo sempre più tempo assieme a lui, forse anche troppo direi! Sarà la famosa fear of missing out tipica dell’era social. Ma è anche vero che molto di quello che vivo è stato catturato, salvato e racchiuso lì dentro. C’è poco da fare. Amo i luoghi deserti, tanto quanto l’essere connessa.

Una perdita di tempo? Una droga? Spesso e purtroppo … assolutamente si! Ma posso dire di non bere e fumare, se questo può esonerarmi in qualche modo dai sensi di colpa!

Il mio iPhone XR Product Red
Il mio iPhone XR Product Red

#2 – Il mio computer: Ne ho e ne ho avuti diversi. Dal mio primo Toshiba blu del 2000 regalatomi da mio nonno e che era alto come un’enciclopedia, ad oggi in cui ad accompagnare le mie giornate fino a qualche tempo fa c’è stata la mia eroica workstation. Ultimamente c’è però da dire che passo molto più tempo con il mio vecchissimo MacBook Pro pieno di adesivi e acciacchi, con il quale curo il mio blog, scrivo, registro e lavoro con Photoshop! Una cosa più ridotta, ma essenziale e funzionale.

Il computer è l’emblema della mia vita, è sicuramente lo strumento per eccellenza che mi definisce, ma in generale sono proprio un’amante sfegatata della tecnologia! Ricordo le agendine elettroniche, le prime console, i primi nokia, i lettori VHS (che i millennials direbbero “VH COSA?”) il mio Game Boy … Assieme a mio padre conserviamo ogni cimelio tecnologico della sua e della mia era in una sorta di museo in casa. 

L'interno della mia workstation
L’interno della mia workstation
Il mio vecchio "scalcinato" MacBook Pro
Il mio vecchio “scalcinato” MacBook Pro

#3 – Un mappa del mondo: Ve lo avevo raccontato in un vecchio blog post. Sempre assieme al mio papà, per via del suo lavoro, a 8 anni avevo già girato gran parte degli Stati Uniti. Paese che amo profondamente anche per le origini di mio nonno materno, la cui famiglia emigrata negli stati uniti si stanziò in una piccola cittadina industriale chiamata McKees Rocks vicino Pittsburgh in Pennsylvania. Esiste ancora oggi e probabilmente è un posto non molto interessante. Ma vorrei tanto recarmici un giorno!! Amo infatti visitare luoghi insoliti, spesso molto lontani e sperduti. Adoro le rovine, i luoghi dimenticati o sconosciuti. Soprattutto se sono immersi nella natura e popolati esclusivamente dalla wildlife. Dunque lunghe camminate trekking, scorci e paesaggi incontaminati.

Non amo la tipica vacanza relax al mare, mi annoia. Mentre on the road, con uno zaino in spalla e la mia macchina fotografica dietro … farei di tutto! Non avrebbe senso viaggiare per me se non potessi fotografare ciò che vedo.

Il mondo da fotografare
Il mondo da fotografare

#4 – La cancelleria: Adoro scrivere e disegnare. Impazzisco per le cartolerie. Passerei ore a curiosare fra i vari espositori e perdermi tra le sfumature di matite e pennarelli ordinati per cromìe e gradazioni. Ho studiato Architettura a cavallo fra l’analogico e il digitale, quando ancora i primi due tre anni si facevano a mano, grattando la china sui lucidi se sbagliavi, con la gomma pane che appiccicava puntualmente i fogli e si anneriva. Ricordo le giornate passate a sbobinare lezioni a mano sui quadernoni (cosa che facevo anche al liceo), a riempire diari con mega scritte e pensieri personali, a difendere tavole immacolate appena finite mediante apposite trincee in casa per evitare che il gatto ci saltasse sopra con la gioia e lo sguardo soddisfatto di chi la sa lunga (più lunga di te). Ricordo la colla vinilica e i pantoni che odoravano di un chimico illegale e che costavano un occhio della testa, ricordo la paura che il professore ti scarabocchiasse sopra ad un disegno che avevi impiegato ore a fare. Ma devo dire che dopo aver sputato inchiostro soprattutto all’università, ho amato molto la trasposizione digitale di tutto questo. Che poi è infatti diventata il mio primo lavoro.

Ho imparato ad usare la tavoletta grafica*, il cad e tanti strumenti per migliorare le mie immagini e per dare libero sfogo alla mia fantasia grafica, artistica e scritta. Il mio professore di disegno mi chiamava la madonnara (come i madornali di roma che disegnano a terra con il gesso) perchè la geometria descrittiva e la rappresentazione più tecnica non mi si addicevano molto … anche se ero brava a barare! Con le squadrette e il parallelineo costruito con lo spago, sapevo regalare l’illusione di linee belle dritte, anche se erano stortissime. In seguito appresi di aver ereditato tale dote da mio padre, il quale le disegnava addirittura su commissione al liceo.

Infine ammetto di avere una passione sconfinata per la carta, per quei quaderni riconoscibilissimi al tatto o sui quali ogni volta muoio dalla voglia di provare il tratto di un pennarello. Ma poi quasi sempre mi trattengo per non deturpare la loro immacolatezza così pura.

L'ordine colorato della cartoleria
L’ordine colorato della cartoleria

#5 – Make-Up: Amando i colori e l’arte non potrei che adorare anche le mie palette che colleziono gelosamente. In realtà non sono una che si trucca chissà quanto, ma è più un bisogno morboso. Non una necessità vera. Non saprei descrivere quello che prova il mio ragazzo quando io entro da Sephora (a parte qualcosa di molto simile ai Dolori del Giovane Werther) ma io … oh io si!! Dunque per non tirarla per le lunghe direi che è un’esperienza immersiva esattamente come quella che vivo quando entro in una cartoleria, però accompagnata dalla totale assenza di pensieri estranei ai prodotti che ho davanti e dall’handicap del dover affrontare o schivare le commesse con le quali non è facile instaurare un dialogo se sei così presa.

Scherzi a parte non ho mai amato i vestiti, ma i cosmetici … da impazzire. E poi siamo onesti: come fai a uscire senza un po’ di correttore? È un diritto inalienabile ed un dovere civile allo stesso tempo !

Ready to swatch?
Ready to swatch?

#6 – Un fiocco di neve: E’ un simbolo che mi sta molto a cuore. Se lo guardo mi ricordo della montagna d’inverno, della neve, del ghiaccio e rispettivamente degli sport che ho praticato per anni e che amo tantissimo: lo sci e il pattinaggio artistico.

Come vi avevo raccontato a gennaio: io adoro scivolare! Scio da quando sono davvero piccina e bene o male stessa cosa con il pattinaggio. Iniziai l’estate però, presso la pista di San benedetto del Tronto dove andavo al mare. Ovviamente in principio pattinavo a rotelle, ma poi anni dopo scoprii come la stessa sensazione si potesse replicare sul ghiaccio e come su una lama fosse possibile saltare e fare le stesse cose andando molto più veloce. Inutile dire che nonostante sia piuttosto scoordinata e poco elegante nei movimenti, fu amore a prima trottola!

SnowFlake
SnowFlake
I miei pattini
I miei pattini
Baby Chiara sciatrice (ancora a spazza neve)
Baby Chiara sciatrice (ancora a spazza neve)

#7 – Storia di Ponti e Cartoline dal passato: Ho un album in cui raccolgo cartoline d’epoca. Ma non cartoline qualsiasi. Cartoline viaggiate che raffigurano ponti ed importanti opere ingegneristiche italiane. Ma che raccontano anche storie. Nella mia collezione infatti, quella a cui sono più affezionata ritrae il ponte-acquedotto di Porta Cartara ad Ascoli Piceno, costruito dal mio avo ingegnere Gabriele Gabrielli nel 1850. Le sue opere si ispiravano a forme tipicamente romane, e questa era proprio maestosa! Si erigeva sopra al vecchio Ponte Cartaro di origini romane appunto.

Nella Provincia ascolana “preunitaria” la figura dell’ingegnere capo apparteneva dal 1831 proprio a questo mio avo, il quale riuscì a portare a termine un vasto programma di opere pubbliche (fra cui altri ponti e collegamenti sulla via Salaria che portava a Roma, nonché un progetto per una avveniristica ferrovia) con rapidità e massima economia finanziaria, tanto da essere definito “ingegnere ed architetto di grido”. Passò il testimone al figlio Giulio, il mio bisnonno.

Il ponte di cui vi ho parlato fu purtroppo distrutto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, oggi infatti non c’è più! Resta però il suo simbolo, importante per la città, e a me quella cartolina: spedita nel 1917 e sulla quale una certa Anna ringrazia per gli auguri di compleanno ricevuti a sua volta via penna dal suo amato e lontano Giovanni.

Il bello delle cartoline è che sono lettere solo a metà, o forse meno. Piccoli pezzetti di storie, sparpagliate nel tempo. Lasciano all’immaginazione il resto.

La cartolina originale
La cartolina originale

#8 – Un gatto dagli occhi blu: il 15 agosto del 2006 nella casa dei miei nonni al mare e dove passavo tutte le estati con la mia famiglia, spuntò una gattina affamata. Faceva un caldo torrido e trovò la porta aperta, perciò salì le scale e si introdusse in casa. Girava da giorni ed aveva le costoline a vista. Avrà avuto 4 mesi circa ed era di razza apparentemente siamese. Costrinsi i miei ad adottarla se non avessimo trovato i proprietari. Così attaccai volantini, mi rivolsi al veterinario di zona, chiesi in giro … ma nessuno si fece avanti.

Minou, così la chiamai, diventò immediatamente la mia inseparabile amica. Non avevo mai avuto un cane o un gatto, perciò per me rappresentò l’avverarsi di un desiderio. Da quando ho lei, il mio feed YouTube è pieno di gatti.

Io e la mia Minou (diversi anni fa)
Io e la mia Minou (diversi anni fa)

#9 – Microfono: Quando ero adolescente adoravo il canto ma mi sono sempre vergognata tantissimo a mostrare le mie presunte e molto probabilmente infondatissime “doti” canore. Quindi non l’ho mai studiato. Nè tantomeno ho mai voluto imparare a suonare uno strumento, su quello proprio ero negata! Ricordo però che qualche tentativo sul primo fronte lo facevo: avevo un vecchissimo microfono attaccato allo stereo in camera mia, e registravo su cassetta. Ma poi puntualmente sovra-scrivevo tutto, tanta era la vergogna a riascoltarmi. Ho tuttavia riscoperto quello strumento e l’arte del catturare i suoni moltissimi anni dopo, grazie al mio compagno che per anni ha lavorato come fonico. Perciò da quello che era un microfono di merda attaccato ad un vecchissimo KenWood mi ritrovai con una specie di studio di registrazione in casa. Fra strumenti musicali, microfoni di tutti i tipi, cavi, cuffie e quant’altro.

Ma poi le cose cambiarono. Correva l’anno 2015 e Silvio decise di smettere di fare questo lavoro per dedicarsi all’informatica. Così vendemmo tutto. E quando dico tutto, intendo proprio tutto. Compreso lo Shure SM7B. Il microfono dei sogni. Una mattina di quattro anni dopo, decisi che quella paura e timidezza che avevo da ragazza era sparita nel nulla. La scrittura e il blog mi avevano nel frattempo aiutata a sbloccarmi e avevo intenzione di fare un passo in avanti. Ovvero metterci la voce e “produrre” un podcast. Chiamai in causa Silvio che lì per lì non mi dette due lire e mi prese un microfono lavalier (le prime puntate del podcast infatti le ri-registrerò, perchè diciamolo che audio-parlando fanno abbastanza schifo!!). Però fu proprio amore a prima vista. Nel senso che non c’era davvero più alcuna timidezza nonostante stessi raccontando comunque qualcosa di piuttosto personale!!

Il mio Shure Beta 58A
Il mio Shure Beta 58A

Era vero, non me lo ero immaginato! Così non ho più smesso! Oggi ho uno Shure (no, non l’SM7B che ancora piango), una scheda audio ed ho imparato a fare un pò di montaggio. Insomma a capirci qualcosa. Ma sapete qual’è la cosa bella? Mi piace un sacco!

#10 – Eva la moto che visse due volte: Vado in motorino da quando ho 15 anni. guidavo i cinquantini dei miei amici o compagni di scuola e dovetti attendere il terzo anno di liceo, quando mi cambiarono sede, per averne uno tutto mio. Un 125. Fu la cosa più bella del mondo. Ho sempre amato sfrecciare, andare veloce ed era un sogno possedere un mezzo proprio. Anche se quello che desideravo davvero, nonostante fossi una ragazza, era avere una moto. Ho uno zio che le colleziona, ne ha un centinaio d’epoca e ricordo molto bene quando da piccola mi mostrò il suo garage officina. Per me il paese dei balocchi. Eppure ero una femmina. Che strano no?

A 20 perciò mi imposi. Imparai ad andare in moto e presi la patente senza limitazioni con tanto di complimenti da parte dell’istruttore. Riuscii a fare il balzo che desideravo da anni e fra tutte quelle che poi ho avuto, l’unica che ricordo con amore è Eva. La chiama così perchè era una Ducati Monster 1100 Evo da 100 cavalli. Praticamente un scheggia. Con carene Limited nere, argentee e rosse lucide. Era bellissima. Ci uscivo sempre.

Andare in moto mi faceva sentire anomala e speciale. Ma era troppo potente, e molto pericolosa. Circolarci dentro Roma non aveva molto senso. Così decisi di venderla dopo qualche anno. Un ragazzo si fece avanti per comprarla e neanche a farlo a posta possedeva lo stesso modello. Una Monster di cilindrata inferiore. Una 696. Così ci accordammo e ci scambiammo le moto. Ma ad una condizione. Ovvero che lui avrebbe tenuto le sue carene. E di conseguenza io le mie.

La mia nuova 696 era quindi sempre Eva, ma dalla cilindrata inferiore e una dicitura sul codino con scritto 1100 Evo!

L'unica foto che ho con la mia prima Eva: il Monster 1100 Evo
L’unica foto che ho con la mia prima Eva: il Monster 1100 Evo
Io e la seconda Eva: il Monster 696 con le carene della 1100.
Io e la seconda Eva: il Monster 696 con le carene della 1100.

Quali sono le tue 10 cose?
❣️ Raccogli gli oggetti che più ti rappresentano, scatta una foto o disegnali come ho fatto io. Poi inserisci l’hashtag #10cosedime e taggami su @imchiaravirgili o su @aqddshowpodcast nelle tue storie/post instagram! Ovviamente ri-condividerò!


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