Morale della Favola #7: Cosa vuoi fare da grande?

Cosa vuoi fare da grande?

Da piccola risposi “l’inventrice” e scatenai una risata generale. 

Ma è quello che dopo tutto ci si aspetta da un bambino di 5 anni. 

Tuttavia credevo moltissimo in quell’idea. Fare l’inventrice. Creare cose. Farlo dal mio punto di vista. E possibilmente in solitaria. Era la perfetta occupazione per me! Potevo sfogare la mia creatività in qualcosa che inizialmente non aveva né capo né coda per poi trovargli un senso.

In libertà.

Esattamente come quella volta che costruii una specie di percorso tipo ski-lift in miniatura nella mia cameretta a Perugia. Potevi far scorrere il filo e far muovere tutti i gancetti colorati che ci avevo fissato sopra, facendogli fare il giro.

Il motivo? L’utilità? Il senso di questa cosa? Nessuno. Però era creativo!

Ecco la creatività ha fatto sempre parte della mia esistenza. Escluderei solo il periodo buio del liceo in cui ero troppo impegnata su altri fronti … tipo l’accettazione della mia persona. Tutti mi ritenevano un pò la sfigata di turno e io non facevo niente per dimostrare loro il contrario. Ho passato anni in uno stato dormiente, poi nel momento in cui dovetti decidere che strada prendere per l’università … scattò qualcosa. Mi resi conto che sarei finalmente cresciuta, che sarebbe cambiato tutto quello che mi circondava. Nuove persone, nuovi posti. E inevitabilmente tornò quella domanda. 

Cosa vuoi fare da grande?

Anziché una risata, se ripenso alla convintissima riposta data su due piedi da bambina, mi venne un pò d’ansia. In effetti non sapevo rispondere.

Per scegliere la facoltà impiegai un pò. Ero indecisa fra ingegneria, architettura, arte … non avevo affatto le idee chiare! Ero reduce da un periodo di noia così mortale in cui non mi ero cimentata in nulla, in cui non sfamai affatto la mia creatività: non avevo interessi.

Ma di colpo, tutta insieme, tornò quella curiosità che nel profondo mi aveva sempre contraddistinto. Se fosse stato per me, mi sarei iscritta a tutte quelle facoltà. Perchè mi piacevano tutte, ma nessuna più di un’altra. Alla fine presi una decisione basandomi su dati di fatto. Mia madre da laureata in matematica mi sconsigliò ingegneria, arte la scartai a priori perchè “poi che ci fai?”. Rimase architettura. 

Superai con successo tutti gli esami e ogni materia per me era una scoperta, persino la storia che al liceo odiavo tantissimo!! Finivo per interessarmi più del dovuto alle cose, apprendevo facilmente e volevo andare oltre quello che mi veniva proposto (soprattutto quando un docente era bravo). Comunque c’erano temi che mi attiravano di più ed altri di meno, come per tutti. Ma la cosa curiosa è che tendevo a brillare molto di più nelle materie ingegneristiche piuttosto che in progettazione, ad esempio. Cosa che raramente accade a chi studia architettura!

Non è che non amassi la progettazione, ma semplicemente non riuscivo a veicolare in quella materia la mia creatività in modo del tutto libero. Nella mia testa volevo che fosse coerente. La progettazione non è come la matematica in cui 2+2 fa 4, la progettazione è più come l’arte a volte. Puoi andare dove ti pare. E non poteva non piacermi questo aspetto! Eppure, mi sentivo in colpa a non giustificarla! Avevo bisogno sempre di un contributo scientifico, razionale, di una ragione per fare una scelta. Non amavo le soluzioni senza senso, solo per questioni estetiche. 

Anni dopo mi laureai in architettura con una tesi sperimentale in ingegneria strutturale che univa le due cose: la forma e la funzione. Progettai una copertura ottimizzata. Una mega struttura sostenuta da pilastri ramificati in acciaio. Una follia se ci penso. Eppure era creativa nella sua furbizia, nel suo ingegno. I pilastri erano come degli alberi dai rami sottili che si divaricavano man mano in altezza. Erano pensati per sostenere un enorme carico, ma per via della loro forma studiata ad hoc, oltre ad essere perfettamente funzionali, erano anche aggraziati. Prevedendo i possibili carichi e movimenti in anticipo avevo ottenuto la forma perfetta mettendo il materiale solo dove serviva. In quel momento, quando presi 110 e lode per quella tesi durata mesi, mi sentii chiaramente un ibrido.

E sapevo quello che sarebbe venuto dopo. 

Non è una laurea a definirti, ma un esame di stato forse si. Ed io ormai lo avevo alle porte e dovevo scegliere una delle due professioni. In un primo frangente scelsi ingegneria, perchè in quel momento la amavo e mi ci ritrovavo di più. Ma mi sbagliavo! Perché poco dopo scoprii che tutta quella creatività che avevo messo nel mio progetto e che faceva senza dubbio parte del mio essere per metà architetto, non potevo applicarla nella realtà. E che in un mare di ingegneri io ero ancora una volta quella anomala. Che non era né carne né pesce.

L’ingegneria nella sua forma più pura insomma finiva per annoiarmi e soffocarmi, ma allo stesso tempo amavo profondamente la sua storia … altro contraddittorio! Alla fine trovai la mia strada in un settore al quale mi ero avvicinata moltissimo durante la preparazione della tesi. Ebbi a che fare infatti con diversi software per l’architettura, in particolare con quelli 3d. Trovai un piccolo porto sicuro perchè grazie al software che era scientifico e razionale, riuscivo a creare tutto quello che volevo.

Sono diventata perciò un architetto 3d Artist. Ancora una volta un ibrido, ma posso dire che questa volta un pò ha funzionato! Grazie a questa nicchia ho lavorato in posti incredibili, in studi internazionali … anche se ogni volta notavo ripetersi lo stesso pattern. Finivo puntualmente per esplodere dentro. E sapete perchè? Perchè non potevo essere quello che volevo. Perchè finiva sempre quel fattore di creatività e curiosità che rendeva speciale il mio lavoro. E veniva sostituito da turni massacranti e risultati non sempre ottimi nonostante gli sforzi. Dall’automazione obbligata. Dalla fretta.

Ho sempre pensato che uno spirito come il mio fosse in realtà molto artistico sotto certi aspetti, e che non avrei potuto che essere una freelance a vita in modo da riuscire a mettere io i paletti e stabilire le regole. 

Insomma, vuoi o non vuoi molte cose hanno finito per annoiarmi. Molte mi hanno delusa profondamente. Molte mi hanno ferita. E non sempre per colpa mia. Avrò molti difetti, ma sento sempre il bisogno di essere creativa sfruttando una logica di base. Quando una delle due finisce per mancare, di conseguenza manco io!

Qualche anno fa ho deciso di sfogare le mie frustrazioni e di aprirmi finalmente al mondo grazie ad questo blog. Ho iniziato perciò a ragionare scrivendo. A riflettere scrivendo. A guardarmi dentro scrivendo. Quello che ho trovato lì dentro nel bel mezzo del mio caos, è solo una cosa. La voglia disperata di essere me stessa, di non nascondermi più, di non dovermi vergognare perchè ho molteplici interessi, di non dover sempre giustificare il perchè le cose prendono o perdono senso per me. Del perchè mi è capitato di innamorami di qualcosa e del perchè poi l’ho lasciata andare.

Perchè non tutti nasciamo con un’idea prefissata di ciò che vogliamo fare. Essere multipotenziali è esattamente questo. E non è una colpa. 

Se oggi mi chiedessero cosa voglio fare da grande risponderei il giocoliere

Come dice Emilie Wapnick nel suo celebre TED talk che ha dato un senso di esistere a tutti noi, che non sapevamo come chiamare questa specie di sindrome: “l’innovazione è nelle intersezioni”!

Conoscere più cose e integrare le competenze non deve essere un problema di curriculum. Se oggi infatti mi dedico al podcasting non è perché sono una persona irresponsabile o irrispettosa dei miei studi e delle mie precedenti peripezie. Non è perché mi prende la cotta momentanea. Ma perchè quando mi appassiono a qualcosa sono davvero tanto curiosa e amo addentrarmici, amo farla per bene e pensare fuori dagli schemi. Anche se invidio chi ha il suo pentagramma e non esce mai dalle righe mantenendo nel tempo logica e razionalità.

Come ho detto prima, anche alla mia creatività amo dare un senso, ma il problema per me è il fattore tempo. La durata. Quella davvero non la so mai in anticipo. E non posso più farmene una colpa. 

Prima di conoscere la parola multipotenzialità, ho sempre sperato di incontrare il mio vero talento, quello innato. In modo da salvarmi prima o poi proprio da questo loop maledetto nel quale non sapevo chi fossi.

Oggi non lo so ancora chi sono. Non so se esiste davvero quel famoso talento o se dipende solo da un mix di dedizione e predisposizione. Non so dire se ne posseggo anche solo un pezzettino. E infine, non so se questa avventura farà parte per sempre della mia vita …

Ma di una cosa fra mille sono certa: almeno qui, fra queste righe, posso sentirmi libera di metterci passione.

E di questo difficilmente mi stuferò!

“Cerco sempre di fare ciò che non sono capace di fare, per imparare come farlo”. Pablo Picasso

“Why some of us don’t have one true calling” | Emilie Wapnick al TEDxBend

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